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LA MOBILITÀ UMANA HA IL SUO APICE IN GESÙ SALVATORE, STRANIERO NEL MONDO DEGLI UOMINI

(VIS). Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, il Cardinale Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, l’Arcivescovo Joseph Kalathiparambil, Segretario ed il Padre Gabriele F. Bentoglio, Sotto-Segretario del medesimo Pontificio Consiglio, sono intervenuti alla Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si terrà il 19 gennaio 2014, sul tema: “Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”.

Il Cardinale Vegliò ha affermato che il primo messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione annuale di questa Giornata è dedicato al concetto di “un mondo migliore”, concetto che deve essere letto nel contesto del fenomeno della globalizzazione con i suoi elementi positivi e negativi. Su questo sfondo della globalizzazione, emerge pure il fenomeno della mobilità umana che Papa Francesco, citando Papa Benedetto XVI, definisce “un segno dei tempi”. “Mi sembra opportuno in questo momento – ha detto il Cardinale Vegliò – ricordare che il fenomeno della mobilità umana colpisce proprio per la moltitudine delle persone che coinvolge. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, pubblicate all’inizio di settembre, 232 milioni di persone vivono fuori della loro nazione di origine. Inoltre, 740 milioni sono i migranti interni, coloro cioè che si spostano nel territorio del proprio Paese (…). In totale, si stima che circa un miliardo di esseri umani viva l’esperienza migratoria. In riferimento all’umanità intera, tali statistiche indicano che circa un settimo della popolazione globale è toccato dalla migrazione e, di conseguenza, una persona su sette è migrante”.

“Nonostante le difficoltà e le situazioni drammatiche, la migrazione è un invito ad immaginare un futuro differente, dove si intravede la creazione di un ‘mondo migliore’. (…) È un invito che mira allo sviluppo dell’umanità intera, includendo ogni persona con il proprio potenziale spirituale e culturale (…). Se accettiamo che la cultura sia l’insieme di aspetti spirituali, esistenziali e intellettuali che contraddistinguono una società, che comprende anche i modi di vita, i diritti fondamentali, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze, allora si può affermare che l’intera esistenza umana è permeata da atteggiamenti d’incontro e d’accoglienza, fino in fondo”.

L’Arcivescovo Kalathiparambil in merito al processo di reinsediamento dei migranti, ha sottolineato: “Nessuna persona può rimanere a lungo in situazione di emergenza, come nel caso di un campo profughi” ed ha precisato che “negli ultimi anni sono emersi sempre più numerosi i casi di rifugiati che vanno a stabilirsi nelle zone urbane” per cui “le persone sono più difficili da individuare nelle aree urbane e quindi da assistere. (…) Per raggiungere i cosiddetti ‘rifugiati urbani’ si stanno sviluppando metodi innovativi, che includono comunicazioni via SMS sulla distribuzione degli aiuti, la possibilità di connettersi alla rete internet, la produzione di filmati sui diritti dei rifugiati, la disponibilità di linee telefoniche specifiche per rispondere a eventuali quesiti e l’opportunità di ottenere carte di credito che consentano loro di avere un aiuto finanziario. Attualmente, questo sta avvenendo in Medio Oriente, dove i rifugiati siriani vivono in campi profughi e, per la maggior parte, nelle zone urbane”.

“Si tratta (…) di garantire un limite alla sofferenza umana, da un lato, e di tutelare e promuovere una vita dignitosa, dall’altro, offrendo allo stesso tempo strutture adeguate, stabilità e speranza per il futuro. Bisogna dire che vi è stato un incremento anche negli standard minimi internazionali, ad esempio per quanto riguarda le derrate alimentari, l’alloggio, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la detenzione e il rimpatrio. Del resto, questi standard internazionali sono di natura qualitativa e, dunque, sono universali e applicabili a qualsiasi ambito”.

“L’accoglienza dei rifugiati (…) solleva pure altre problematiche e importanti difficoltà. Alcuni Paesi – ha proseguito l’Arcivescovo Kalathiparambil si stanno sottoponendo a grandi sacrifici per affrontare questo fenomeno. Per esempio, più di due milioni di rifugiati vivono oggi nei Paesi che confinano con la Siria, mentre in Europa, soprattutto in Svezia e Germania, hanno trovato asilo cinquantamila rifugiati siriani. Per decenni milioni di rifugiati (per lo più afghani) si sono stabiliti in Pakistan e in Iran, come pure numerosi rifugiati si stanno registrando in altri Paesi, quali ad esempio l’Etiopia, il Sud Sudan e il Kenya. Secondo quanto previsto inizialmente, la responsabilità di questi rifugiati avrebbe dovuto essere condivisa. Invece, negli accordi non è stato curato questo aspetto, così come non è dato sapere cosa accade ai rifugiati durante e dopo l’esame delle loro richieste di asilo. Di conseguenza, per molti anni i Paesi che accolgono i profughi possono contare soltanto su se stessi”.

Il Padre Gabriele F. Bentoglio ha concluso la conferenza stampa illustrando la storia della Giornata annuale, istituita sotto il pontificato di Benedetto XV e celebrata per la prima volta il 21 febbraio 1915. Inizialmente destinata alle diocesi italiane, successivamente la Giornata si rivolse ai migranti italiani in America. La Costituzione Apostolica ‘Exsul Familia’ promulgata nel 1952 da Papa Pio XII, stabilì che la celebrazione della Giornata fosse allargata a emigranti di altre nazionalità o lingue. “All’inizio del XX secolo (…) la Giornata dell’emigrante entrò nel calendario delle celebrazioni della Chiesa cattolica (…). La Congregazione Concistoriale si incaricò della sua attuazione in Italia, con direttive e suggerimenti. (…) Le lettere che accompagnarono la Giornata, (…) contenevano la raccomandazione di attivare adeguate strutture a sostegno dell’attività pastorale migratoria; vi è pure il richiamo alla solidarietà. (…) Negli anni Settanta (…) la visione ecclesiologica del Concilio Vaticano II si rispecchiò anche nella pastorale migratoria (…) Il migrante emerse come persona e come cittadino soggetto di diritti e doveri. Da destinatario delle opere della carità cristiana, il migrante passò ad essere soggetto di evangelizzazione, protagonista del provvidenziale piano di Dio dell’incontro arricchente tra i popoli e della diffusione del Vangelo. Infine, si consolidò la tradizione che il Santo Padre apponga la propria firma al Messaggio annuale per una Giornata estesa a tutta la Chiesa cattolica, in data unica, comprendente i migranti e i rifugiati. Si capisce bene, dunque, che si tratta di un’occasione privilegiata per offrire un approccio biblico-teologico alla pastorale della mobilità umana, che ha il suo apice in Gesù Salvatore, straniero nel mondo degli uomini, che continua la sua opera di salvezza attraverso gli stranieri di oggi, migranti e rifugiati”.

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