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Per un’autonomia scolastica nel Veneto

di Prof. Giuseppe Pace (VSeg. Provinciale Partito Pensionati Padova con delega scuola in Veneto)

Autonomia oppure centralismo democratico? Il problema del passato recente pare che si sia risolto con la scelta del settentrione verso le autonomie regionale e il sud sia rimasto un po’ al palo del centralismo romanocentrico. Esiste dunque un diverso sentire dei problemi scolastici tra il nord e il sud del nostro comune Paese anche nel medesimo partito. Mancano, a mio parere, degli esperti proponenti l’autonomia regionale differenziata e funzionale per un miglioramento della qualità dei servizi come quello scolastico. In Veneto l’autonomia differenziata anche per l’istruzione deve poter significare una maggiore libertà di scelta dell’utenza sia del personale sia della scuola che del servizio offerto. Oggi mancano esperti che sappiano illustrare alla società i problemi connessi alla regionalizzazione differenziata. Regionalizzare, nel modo richiesto dal governatore regionale Luca Zaia, la scuola in Veneto, è sbagliato. Non basta il solo semplice aumento di stipendio di docenti ed Ata, quasi 70mila in Veneto su 600mila studenti, ma una riforma sostanziale con crescita delle responsabilità connessa all’aumento dei compensi, solo se meritati. Solo ai presidi verrebbe concessa la doppia scelta di restare statale oppure optare di essere regionalizzato. Tra i quasi 5milioni di residenti in Veneto, c’era, fino a cinque anni fa, il primato nazionale, con oltre il 16%, di scuole non statali. Da ciò potrebbe iniziare una regionalizzazione non formale, ma sostanziale con aumentare la presenza di scuole libere, non pubbliche. Bisogna studiare bene il da farsi e soddisfare elementari diritti dell’utenza scolastica ed universitaria: scelta della scuola pubblica o libera, del docente della classe, del dirigente di provenienza non più statale ma dalle professioni culturali libere con contratti triennali rinnovabili o meno, ecc. Invece il Veneto va a Roma, con i suoi nuovi rappresentanti leghisti carichi di belle speranze di autonomia subito e tornano delusi dando la colpa ai meridionali Grillini e Pd. La colpa è anche dell’approssimazione veneta, almeno per la scuola. In Italia abbiamo due questioni irrisolte sul piano culturale. Esiste una diffusa Questione Meridionale e meno diffusa Questione Settentrionale. La prima spesso è dei meridionalisti piagnoni (le colpe del mancato sviluppo a sud sono del settentrione). La seconda, di area leghista soprattutto è da “Settentrionalismo piagnone” (i ritardi di sviluppo sono da ascrivere allo stato meridionalizzato e al sud sprecone). Questa seconda questione sta crescendo al Nord e al Nord-Est in particolare. In Veneto il leghismo, a torto o a ragione, è ai massimi di consenso elettorale come lo era la DC dorotea che aveva il supporto dei patronati e dei vescovi, che oggi, pare, non abbia più in modo consistente in Veneto, terra di Papi. Il divario Nord-Sud aumenta e regionalizzare, in modo differenziale, ma armonizzato, la scuola al settentrione non è proprio facile come la Lega ed altri vogliono far credere solo per accrescere ancora il consenso elettorale, che è diventato nazionale con Salvini pensiero. Le spinte centrifughe da Roma, che controlla il sistema Italia, non è un prodotto storico leghista soltanto, la Storia insegna le tante spinte centrifughe e centripete del passato. Tra Nord e Sud, ancora una volta, dialogano non sulla medesima lunghezza d’onda, ma ciò non è una novità da secoli e non solo dall’unità nazionale! Dal 2000, a seguito dellaLegge n. 59/1997, alle istituzioni scolastiche è stata riconosciuta personalità giuridica (cioè potere proprio di azione) e autonomia. Dunque dallo Stato all’autonomia sbandierata, ed applicata in ogni unità scolastica, la scuola è peggiorata. Resta ora di aprire le porte ai responsabili in prima persona, i genitori che tramite leggi regionali possano selezionare e assumere e licenziare personale scolastico nei modi e forme ben legiferati dal parlamento nazionale e consigli regionali. Non è un salto nel buio è un procedere nel nuovo e non continuare così con presidi solo burocratizzati e non più con classi ed ore da insegnare come avviene all’estero anche europeo. Nella scuola non di stato il rapporto docente e dirigente con l’utenza è diverso, meno burocratizzato e più diretto con il discente e genitori. Anche quando si parla di scuola, l’Italia viaggia a due velocità. Da una parte ci sono le regioni del Nord e soprattutto del Nord Est, in grado di promuovere negli studenti, in modo più o meno omogeneo, il raggiungimento dei livelli di competenze richiesti dalle Indicazioni nazionali. Dall’altra regioni come la Campania, la Calabria, la Sardegna che invece faticano a mantenere il passo. E’ il ritratto impietoso restituito dal Rapporto sulle rilevazioni nazionali 2018 presentato dall’istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione. Una mole di dati prodotti nel corso dei mesi passati da un milione e centomila di studenti italiani della scuola primaria (seconda e quinta elementare), 570 mila studenti della scuola secondaria di primo grado (terza media) e circa 550 mila studenti della scuola secondaria di secondo grado (secondo anno di licei e istituti tecnici e professionali). La novità di quest’anno è rappresentata dalla presenza della prova di inglese, lettura e ascolto, che si basa sul Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue. Ed è proprio in questo ambito che si registrano le differenze più marcate tra le diverse aree geografiche. “Per quanto riguarda l’ultimo anno delle elementari – commenta Roberto Ricci, responsabile Area Prove dell’istituto – il quadro è abbastanza omogeneo: il 90% circa dei bambini di quinta raggiunge il livello A1 nella lettura, mentre è di poco inferiore la percentuale di quelli che raggiungono il livello previsto nella prova di ascolto”. E’ vero, nell’area che comprende le regioni meridionali e le isole gli studenti che sono al di sotto del livello previsto (pre-A1) sono il 30%, rispetto al 20% delle regioni settentrionali e centrali, ma il gap potrebbe ancora essere colmato. Cosa che invece non avviene. Anzi, la forbice si amplia negli anni successivi. In terza media, quasi il 70% degli studenti delle regioni del Sud Italia non è in grado di capire all’ascolto un testo inglese (la media nazionale in questa fascia d’età è del 43%), e oltre il 40% non è in grado di interpretare un testo scritto in inglese (la media nazionale è del 25% circa). Raggiungono il livello A2, cioè quello previsto, oltre il 70% dei ragazzi delle regioni del Nord Est, rispetto a una media nazionale del 56. “Sarebbe però ingiusto pensare alla scuola media come all’anello debole – sottolinea Ricci – perché in questi anni si manifestano in modo più marcato le differenze che si sono cominciate a sedimentare negli anni delle elementari”. Sbaglia chi pensa che si tratti solo un problema di sapere o meno l’inglese. E’ invece un problema di equità. “Quello di equità è un concetto complesso e che può essere considerato da vari punti di vista”, si legge nel rapporto, “ma uno dei suoi aspetti è l’eguaglianza di trattamento, intesa come la capacità del sistema d’istruzione di offrire agli alunni le stesse condizioni di insegnamento-apprendimento almeno nel tronco comune dell’itinerario scolastico, che in Italia corrisponde alla scuola primaria e alla secondaria di primo grado”. E allora accade che già a partire dalla seconda elementare, nel Mezzogiorno la scuola fatichi di più a garantire uguali opportunità a tutti. La differenza dei risultati tra le scuole e tra le classi nel Sud del Paese è molto più accentuata che al Centro-nord. E questo indica una tendenza maggiore a formare classi in cui si concentrano allievi più bravi e più avvantaggiati, e classi con allievi più svantaggiati o con livelli di apprendimento meno soddisfacenti. Non solo scuole di serie A e scuole di serie B, come del resto è sempre accaduto ovunque, ma classi di serie A e classi di serie B anche all’interno dello stesso istituto. Il Nord est è invece l’area in cui il sistema scolastico appare relativamente più equo in confronto al resto d’Italia: minore variabilità tra scuole e tra classi delle elementari. Il panorama non è molto diverso se si vanno a esaminare i dati relativi alle prove di italiano e matematica di terza media. Anche in questo caso, seppure in modo meno marcato, gli studenti che raggiungono il livello 3 (su cinque livelli), considerato adeguato/sufficiente per quella fascia di età, sono in media il 66% per quanto riguarda l’italiano, con di nuovo una forte variabilità tra Nord e Sud. In regioni come la Campaniao laCalabria, quasi il 50% degli studenti non raggiunge il livello richiesto, che comporta saper individuare informazioni fornite esplicitamente all’interno di un testo, ricostruire il significato di una parte di testo aiutandosi con elementi come la punteggiatura o le congiunzioni, cogliere strutture come titoli, capoversi, paragrafi e conoscere le strutture di base della grammatica. Per la matematica la situazione sembra anche più grave: sul territorio nazionale il 40% dei ragazzi di terza media non raggiunge livelli sufficienti, ma al Sud il dato sale fino al 60%, mentre buoni risultati sono quelli del Triveneto. Nell’istruzione superiore (licei, istituti tecnici e professionali) lo schema si ripete quasi identico: nelle prove di italiano il Nord est si posiziona sopra la media, il Sud mostra un affanno preoccupante. Nelle prove di matematica, il 70% degli studenti trentini è sopra la media nazionale, oltre il 75% di quelli calabresi mostra risultati inferiori alla media. Una differenza che può essere riassunta in un’immagine: è come se, spiega ancora Ricci, un alunno trentino avesse frequentato un intero anno scolastico in più, rispetto a un calabrese.“Chi non raggiunge le competenze richieste è di fatto privato di un diritto”, conclude Anna M. Ajello, presidente dell’Istituto di valutazione. Ma al di là delle misurazioni statistiche, sta alla politica trovare gli strumenti e le risorse per garantire l’equità agli studenti in ogni parte della penisola. La scuola regionale pubblica potrebbe tradursi in una peggiore qualità dell’esistente statale. Potrebbe verificarsi un’involuzione dei rapporti tra controllati-docenti ed Ata- e controllori “politicizzati” degli uffici scolastici regionali, provinciali, presidi e ispettori regionali veneti. Sappiamo tutti come i politici si fanno strada nel sottobosco delle nomine degli Enti Locali, molto più difficile è se a farle c’è una competizione non solo locale senza parentele biologiche e politiche e nepotismi connessi possibili. Anche se il docente (idem per il dirigente della scuola, l’ispettore e i dirigenti degli uffici scolastici regionali e provinciali), non locale garantisce maggiore imparzialità bisogna fare i conti con il sistema economico sociale locale di cui la scuola è espressione. I mass media non devono essere il regno degli ordini professionali- voluti in epoca fascista- dell’informazione. L’informazione deve essere liberata per il bene del cittadino, oggi disinformato ad arte. E’ bene che a scrivere sia chiunque abbia qualcosa di reale e di vero da dire. Sulla scuola si assisterà all’ennesima riforma mancata o miniriforma peggiorativa, purtroppo.

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